Andrea Lazlo De Simone, il successo di un musicista antidivo

Andrea Lazlo De Simone è un artista con la A maiuscola anche se lui stesso non sente di esserlo. È un personaggio schivo dai riflettori. Ha un approccio intimista alla musica e i contenuti che crea. Sono frutto di emozioni e come tali, ne porta rispetto e li tutela dall'eccesso di popolarità che spesso tende a sporcare le cose pure. Il suo ultimo disco "Uomo Donna" ha ottenuto consensi anche oltre i confini nazionali. Una menzione speciale è arrivata dalla famosa band americana dei Lumineers, attraverso i social network, inserendo il brano "Solo un uomo" nella loro playlist Spotify "Inspirations".

Quella di Andrea Lazlo De Simone è una esperienza atipica. Si è sempre estraniato da tutto ciò che concerne il mondo post produzione disco, quindi comunicazione coi media e sponsorizzazioni. Eppure è stato sempre richiesto. Dai live ai dischi con l'etichetta 42Records che si è assunta tutto l'onere del rischio d'impresa. Ma con Lazlo De Simone si vince facile. Ha qualità da vendere e speriamo sforni presto un nuovo disco. Abbiamo voluto saperne di più su questo artista, quasi enigmatico, ma con un'anima creativa ben evidente.

Il primo disco “Ecce Homo” è stata una autoproduzione casalinga, realizzata con mezzi di fortuna. Ci puoi spiegare le differenze tecniche che hai riscontrato nel passare da una registrazione in casa ad una produzione tramite etichetta con il secondo disco?
Sostanzialmente si tratta sempre di una produzione in casa. Per la creazione di "Ecce Homo" bisogna tornare indietro di qualche anno, quando il mio amico Edoardo Karim chiese di voler sentire le mie canzoni. Così mi regalò un computer, un microfono ed una scheda audio per registrarle ed io non sapevo nemmeno come si facesse. Per creare gli altri suoni, ho usato una tastierina presa in prestito dalla sorella di un mio amico mentre, quelli della batteria, sono stati riprodotti con una sedia. Per la preparazione del secondo disco, la differenza l'ha fatta l'incontro con Dani C che è il mio attuale bassista, nonché mio manager. Lui aveva messo su una band perché voleva suonare le mie canzoni. Io, per tanto tempo, gli ho negato questa possibilità perché avevo già famiglia e i diversi impegni non mi permettevano di dedicarmi professionalmente alla musica. Ma lui ha insistito a lungo, tanto da convincermi a fare delle prove con il resto di questa band, messa in piedi da lui. La cosa mi ha divertito, così siamo andati avanti alla realizzazione del secondo disco insieme, sempre in forma casalinga. La produzione è durata due anni e il mio intento era quello di non farlo uscire. In realtà, Dani C lo stava facendo sentire in giro, fino a quando è arrivato alle orecchie della 42Records che l'ha recepito molto bene. All'inizio ero un po' titubante ma all'interno dello staff si respirava una realtà veramente umana e bella. Loro hanno avuto molto rispetto del mio punto di vista, sulla questione degli impegni famigliari, che sono sempre stati, per me, la priorità rispetto alla musica. La 42Records ha creduto così tanto nel mio disco che ha voluto rischiare con me, dall'inizio alla fine. Sono stato fortunato ad avere incontrato delle belle persone. La mia responsabilità è stata davvero minima sullo svolgimento della mia carriera musicale, fino a questo momento.

I tuoi esordi più conosciuti son stati con il duo Anthony Lazlo. Da lì in poi, cosa hai fatto per farti conoscere come solista?
Assolutamente niente. Anzi, ho cercato di evitare contatti con tv e altri tipi di media. Non mi piace espormi e non vorrei che capitasse mai che mio figlio mi associasse alla figura di uomo di spettacolo. Verrei sempre messo in discussione e sarebbe un'esistenza difficile per lui. Ritengo di tutelare mio figlio in questa maniera. Sono lontano dall'idea odierna e popolare del "se non ti conosce nessuno allora non sei un musicista". Però mi rendo conto che questo sistema di cose viene fomentato dal fatto stesso che l'industria musicale abbia bisogno di esistere.


In cosa ti senti maggiormente sostenuto, grazie al sistema discografico e in cos’altro, invece, necessiti di gestire da solo, in autonomia?
Io devo scrivere, registrare e produrre da solo. È un momento di creazione privata ed intimista. Altrimenti non riuscirei a realizzare i brani così come sono. Tutto il resto è una evoluzione collaterale. Fare i concerti, promuoversi. Io demando a chi è del mestiere. A chi si appassiona nel farlo come a me piace scrivere musica. Tra l’altro, gestisco poco i social. Faccio lo stretto indispensabile. Lo trovo infantile mettersi in mostra in ogni modo pur di avere gente alle serate. Io compongo, registro e poi… Spero che non vada troppo bene!

Con l'ondata social e dei musicisti che si impongono su questi canali per farsi conoscere, come vedi una piattaforma digitale come Musplan che, quest'anno, ha iniziato a realizzare contest per far partecipare artisti emergenti a festival nazionali?
Anche se sono distante dal mondo social, riconosco che ci sono dei meccanismi moderni che davvero aiutano le nuove band a venire allo scoperto in maniera più semplice e immediata rispetto al passato. Iniziative come la vostra, sono sicuramente efficaci per chi necessita di apparire in pubblico. Cosa da cui io, il più delle volte, cerco di scappare. Ma è solo una questione soggettiva.