Brunori Sas: la vita cantautorale nell'industria musicale

Brunori Sas è ormai un marchio di successo. Cantautore, attore teatrale, conduttore televisivo. Tutto gli riesce. La sua “società in accomandita semplice” è attiva dal 2009 sfornando dischi dallo stile cantautorale frizzante che, ad un ascolto più attento, lascia intendere la malinconia della vita quotidiana sotto ogni aspetto, condizione e sentimento, con ironia sarcastica. É una chiave di lettura di come potrebbe essere interpretata la vita. Un regalo che Brunori fa a chi lo ascolta.

Reduce dal successo del programma televisivo “Brunori Sa”, il cantautore è alle prese con il tour di “A casa tutto bene”, quarto disco pubblicato il 20 gennaio 2017 e prodotto da Taketo Gohara, sound designer di spicco nell'odierna scena rock italiana.

Da un musicista ben strutturato come Dario Brunori, non si può fare a meno di chiedere la sua personale visione su come vada, oggi, l'industria musicale e come stia vivendo il cambiamento sociale contemporaneo.

 

Come vedi questo nuovo mondo cantautorale italiano? C'è stato un risveglio, oppure è solo uno svecchiamento ripreso dai precedenti cantautori italiani degli anni '70?

Beh.. Io sono uno di quelli che la tradizione l'ha seguita. É difficile capire cosa è nuovo e cosa non lo è. Prima c'era una complessità generale, dovuta a un lavoro ricercato nei testi e nel messaggio da voler comunicare. C'era un approccio alla musica più approfondito. Oggi le canzoni sono più semplici. Probabilmente, rispondono ad esigenze differenti dal passato ma non si può generalizzare dicendo, a priori, che era migliore ciò che ci ha preceduto. Ad esempio, a me piace Calcutta. Mi emoziona a livello vocale. L'ho anche invitato in trasmissione. Questa tipologia di nuovi cantautori ha un approccio più sentimentale ed emotivo. Tendono ad incarnare le storie di vita comune, più che una condizione politico/sociale da denunciare. La nuova generazione di cantautori ha il grande merito di riuscire a far cantare le persone. Sono capaci di creare un dimensione corale. So che oggi può sembrare una banalità, ma è un valore fondamentale, il fatto che le persone abbiano più bisogno di cantare in coro, che di riflettere su dei concetti. Forse siamo arrivati ad un livello per cui, il bisogno, non è la riflessione sulla società ma quello, più elementare, di volersi sentire parte della comunità.

 

Ultimamente si sta assistendo ad un nuovo format televisivo, basato su interviste musicali, live jam e dibattito sociale. A condurlo, sono musicisti molto seguiti dagli amanti della scena rock indipendente, se ancora così si possa chiamare (vedi “Ossigeno” di Manuel Agnelli e ora il tuo programma “Brunori Sa”). Secondo te, si sta assistendo ad uno sdoganamento della musica underground? E quanto è merito dei social?

È un segnale, una forma di apertura che in passato non c'era. Questi artisti hanno la capacità di intercettare un pubblico sempre più ampio. È anche una questione di moda, parlare di questo famigerato indie. É un fenomeno sociale che comincia ad interessare su larga scala e, come tutte le novità, incuriosisce. È un tipo di rappresentazione che, dal punto di vista televisivo, non era mai avvenuto. Ed è una mossa intelligente portarlo in televisione prima degli altri. Per quanto riguarda il mio programma, ho avuto carta bianca, nessun tipo di ingerenza. Perciò, se al pubblico piace così com'è, sono ancora più soddisfatto.

 

In Emilia Romagna è stata approvata la “legge sulla musica” che supporterà, con incentivi economici e fiscali, tutta la filiera dell'industria musicale regionale. C'è da considerare che sono, ben cinquemila, le persone che lavorano nel settore, all'interno della regione. Cosa ne pensi?

Questo è un mestiere senza albo. Credo sia opportuno creare delle tutele, magari dal punto di vista pensionistico e fiscale, con le dovute distinzioni per chi fa un mestiere particolare come quello legato alla musica. Dal mio punto di vista, sarei molto felice di potermi sedere ad un tavolo con altri musicisti e addetti ai lavori, per poter parlare di queste novità.

 

Nel tuo ultimo disco, hai scritto un brano sulla condizione dell'immigrato in terra straniera. Mi riferisco a “L'uomo nero”. Di estrema attualità, scritto in maniera diretta ed onesta, tanto da vincere il premio “Amnesty International Italia” come miglior brano sui diritti umani. A tal proposito, secondo te, l'intolleranza verso chi proviene da popoli svantaggiati, c'è sempre stata oppure finché si stava bene economicamente, non si notava? Non è che tutta una questione di attaccamento al proprio status sociale, più che una reale paura verso una cultura differente dalla nostra?

Sono d'accordo sicuramente che non si tratta di una questione di razza, anche perché oggi non mi sembra ci sia tutto questo grande orgoglio patriottico, a parte qualcuno che ha ancora retaggi culturali antichi. Quando ho scritto “L'uomo nero” ironizzavo su un certo tipo di nazionalismo “bigotto” in cui non c'entrano i motivi politici ma, più che altro, la paura di perdere una propria condizione economico-sociale. É molto più facile prendersela con qualcuno che in quel momento è debole. Lo straniero è sempre stato il capro espiatorio ideale. Qualcuno diceva che “lo straniero, se non ci fosse, dovrebbero inventarlo”. É l'unico personaggio che, sia a livello di immaginario collettivo che politico, è facile strumentalizzare e attaccare. Diceva Woody Allenle destre mi spaventano perché hanno sempre soluzioni semplici a problemi molto complessi” e per questo è facile pilotare le masse quando sono spaventate.