Intervista a Colapesce

“Infedele” è il terzo album di Colapesce, uscito il 27 ottobre per l'etichetta 42 Records e prodotto da Mario Conte insieme a Jacopo Incani di “Iosonouncane”. É il primo album ad esser distribuito su Spotify, segno di un riconoscimento mediatico che vede il cantautore siciliano piazzarsi nell'olimpo dei musicisti indipendenti italiani. In piena attività con il tour, che è partito l'11 gennaio, facendo sold out al Santeria Social Club di Milano, Colapesce ci ha raccontato del suo esordio con tutte le difficoltà legate ad ogni musicista emergente che si affaccia all'industria musicale.

 

Come sei riuscito ad importi nella scena indie italiana? Ci puoi spiegare come ti sei evoluto, a partire dal tuo esordio, fino ad arrivare a ciò che oggi, ha reso di te, Colapesce?

Sono un musicista “old school” rispetto alle nuove generazioni che hanno più possibilità di farsi conoscere grazie a social e talent. Son partito da un paesino in provincia di Siracusa. La cantina era la mia sala prove. Da lì è iniziato tutto. I primi tempi, essendoci poche risorse economiche, non ci si poteva spostare facilmente. Per fare una data a Napoli, ad esempio, ci volevano nove ore di furgone. Perciò suonavo unicamente in Sicilia. Non mi è dispiaciuto farlo, dato che il mio intento era quello di suonare il più possibile per farmi conoscere. Ed è stato il modo migliore per fare palestra sul campo. Un giorno, il mio amico Emiliano Colasanti, che è il mio attuale manager, ha avuto l'idea di creare una etichetta discografica. Si è partiti dal nulla. Io sono stato il suo primo artista. All'inizio ci siamo pubblicizzati suonando. Chiamavo io i locali e trovavo così le date. Eravamo io, Emiliano e un furgone. Oggi, la 42 Records è anche l'etichetta de I Cani e Cosmo.

I dischi continuano ad esser auto prodotti, sia a livello discografico che a livello di produzione esecutiva e artistica. Per me questo è rimanere indipendenti. Gestire tutto da sé, senza scendere a compromessi con nulla.

Penso che passione e perseveranza, siano gli ingredienti fondamentali per portare avanti i progetti musicali. Se non ci sono questi presupposti, secondo me, durano poco. É vero che oggi è più facile arrivare alle persone ma, allo stesso modo, è più facile sparire.

 

La distribuzione come è avvenuta?

All'inizio c'era Myspace. Ormai obsoleto ma, quando ho iniziato, è stato molto utile. Mi ha aiutato tanto per farmi conoscere in giro. Con il primo LP, era in circolazione iTunes. Quindi, potevi comprare il disco in digitale ma il mercato non si era ancora affermato e non c'era lo streaming. Quindi, portavo con me i vinili, per tentare di venderli durante i concerti. Dal secondo disco, ho trovato la distribuzione che si occupava di pubblicizzarlo anche sui canali digitali. Fino ad arrivare al mio terzo ed ultimo album, che oggi è disponibile su Spotify. Mi fa molto piacere, dato che sono stati inseriti anche i miei due lavori precedenti e sono molto ascoltati.

 

Questo avvicinamento all'elettronica nel tuo ultimo disco?

C'è molta elettronica nella produzione, in generale. Non è digitale ma analogica. Quindi senza computer. La batteria elettronica è vera, le chitarre pure. L'elettronica è combinata solo ai sintetizzatori, che non sono programmati in “midi” o cose simili. È tutto suonato “live”. É questa la caratteristica di “Infedele”. Ho fatto questa scelta per dare una tridimensionalità al suono, rispetto alle registrazioni moderne che sono bidimensionali. È una produzione molto particolare. C'è dentro una miscela di influenze differenti tra loro. Non rispecchia nessuna parrocchia in particolare, perciò è “infedele”.